La Rossa, la Grassa, la Dotta…

La Rossa, la Grassa, la Dotta…

… è Bologna.
Bologna è rossa. E per puro caso il rosso è il mio colore preferito.
Ho quindi passato due giorni col naso rivolto all’insù, ripetendo “Che bei colori! Che meraviglia!” fino allo sfinimento. Una gita di soli due giorni è bastata a farmi innamorare completamente della città della pasta fresca, delle torri, dell’università (si era detto “Dotta”, giusto?). Ogni casa, ogni palazzo, ogni chiesa del centro emana il calore dei rossi, gialli, arancioni, dei mattoni marroni e ciliegia e affascina con la sua storia.


A colpirmi, inaspettatamente, è stata la Basilica di Santo Stefano, con i suoi bellissimi cortili e chiostri e la copia del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ci siamo passati davanti per caso e, affascinati forse dalla sua forma, forse dai colori (ancora!), ci siamo avvicinati, scoprendo il nome del santo a cui è intitolata la chiesa che, guardacaso, è proprio il nome dell’Ammiratore Misterioso: una breve visita era quindi d’obbligo. La particolarità di questa basilica è indubbiamente la sua forma: si tratta di un vero e proprio complesso di edifici che nel tempo si è ampliato a tal punto che, dalla piazza antistante, non sembra di vedere un’unica chiesa, ma diverse chiese sistemate una vicina all’altra.

Parlando invece dei tratti peculiari di Bologna, si sa, bisogna nominare le torri: del centinaio del XII/XIII secolo ne sono rimaste solo una ventina, tra cui le celeberrime torri degli Asinelli e della Garisenda. Belle eh (oltre che difficilissime da fotografare dal basso), ma non vi dico la delusione per non essere riuscita a salire sulla torre degli Asinelli. Ci siamo messi in coda buoni buoni, pronti per salire più di 400 scalini e una volta arrivati all’ingresso…

“Biglietto, prego”. Come biglietto? Non si compra all’entrata della torre? Ebbene no.

Magari non lo avremo notato noi, per carità, ma da nessuna parte sta scritto che il biglietto d’ingresso deve essere acquistato online oppure in piazza Maggiore. Con le orecchie basse e la coda tra le gambe, quindi, abbiamo deciso di non tornare verso la piazza per evitare di perdere tempo e abbiamo proseguito la nostra visita di Bologna. E addio torri.

Insomma, abbiamo sfruttato il più possibile il tempo a disposizione passeggiando per le vie della città senza una meta precisa, ma passando ovviamente anche per la via illuminata (e strafotografata) dal testo de “L’anno che verrà” di Lucio Dalla. Ci siamo passati dopo cena, quando anche i turisti più accaniti si erano ormai rintanati nel caldo dei loro alloggi o di ristoranti e bar e, vi dirò, ne è valsa la pena: l’atmosfera creata da quelle semplici parole appese ed illuminate non era solo quella del Natale e delle Feste, ma anche l’atmosfera, o forse addirittura la natura stessa di Bologna, così piena di arte, musica, vita.

Ci siamo soffermati spesso presso le vetrine di panifici, salumifici e dei negozietti di prodotti tipici, dove io ovviamente ho acquistato i classici tortellini e dei tortelloni ricotta, noci e spinaci che erano la fine del mondo, mentre l’Ammiratore Misterioso, da vero masculo italiano amante della carne, si è gettato (letteralmente) su un filoncino di salame di cinghiale.
Prima però di parlarvi del (buon) cibo che offre la Grassa, vorrei darvi un consiglio: se siete in macchina, ma anche se non lo siete – potete andarci a piedi (!) o con i mezzi pubblici – andate a visitare il Santuario della Madonna di San Luca. Si trova su uno dei famosi colli bolognesi (per chi avesse vissuto intensamente quanto me gli anni Novanta, si`, potete andarci anche in Vespa 50 Special 😛 ) ed è visitabile gratuitamente: la chiesa in sé è molto semplice, ma il presbiterio è a dir poco imponente. Con una modica offerta si può anche salire sulla cupola e godersi il bellissimo panorama su Bologna e dintorni. Noi ci siamo stati al tramonto e la vista che ci siamo ritrovati davanti la descriverei con una sola parola: mozzafiato.

E adesso parliamo di quanti chili abbiamo preso durante la nostra gita 😀
Bologna, come si può facilmente immaginare, offre una scelta pressochè illimitata di ristoranti, bar, pub, enoteche, pizzerie e chi più ne ha, più ne metta: è stato quindi abbastanza complicato scegliere dove mangiare, guidati dal solo criterio “cucina tipica bolognese/emiliana”. Alla fine la nostra scelta è ricaduta, per il pranzo “di benvenuto”, sul Borgo 979, un minuscolo locale con cucina tipica dell’appennino Tosco-Emiliano. Ci siamo buttati senza ritegno, ovviamente, sulle tigelle con salumi e formaggi (impagabile l’espressione dell’Ammiratore Misterioso mentre annusa la tigella al tartufo) per poi assaggiare la polenta con ragù alla bolognese e quella in versione “del cacciatore”, con funghi, selvaggina, squacquerone e parmigiano reggiano.

Temevo che le porzioni, abbastanza contenute, ci avrebbero lasciati affamati e scontenti e invece siamo usciti dal locale davvero molto soddisfatti.
Curiosità: in bagno trovate una bellissima, vecchia macchina da cucire Singer.

Per la cena la scelta, invece, è stata facile e veloce: cercando tra i vari ristoranti consigliati abbiamo trovato A Balùs, una vera perla tipicamente bolognese. Il ristorante è elegante e arredato in stile piuttosto minimal, ma non mette affatto in soggezione, mentre il cameriere che ci ha servito era, credo, il più professionale e gentile incontrato finora nelle nostre “gite culinarie”. Ci ha spiegato in cosa consistessero i vari piatti (erano presenti un ” menu di città” e un “menu di montagna” con nomi particolari che, ovviamente, ho dimenticato di annotare da qualche parte :P), consigliato abbinamenti e accompagnato con la sua presenza discreta e la sua simpatia fino alla fine del pasto.
E la qualità dei piatti? Azzerderei un divina. Abbiamo ordinato un antipasto dal menu di montagna a base di formaggi (di capra e pecora) e salumi di cervo e cinghiale, poi le tipiche tagliatelle al ragù e delle tagliatelle all’ortica con friggione, il mio piatto preferito di tutta la vacanza. 

Siamo poi passati alle polpettine alla bolognese (ovvero fatte con il ripieno tipico dei tortellini) e a due dolci sorprendenti: il semifreddo all’amaretto (posso dire godurioso?) e il semifreddo di montagna con castagne e una sorta di crosticina di simil-meringa (non ho idea di cosa fosse, ma goduriosa pure quella).


Curiosità: sfogliate fino in fondo il menu e scoprirete cosa significa “A Balùs”… 🙂

Per finire, citerei anche il ristorante Ciacco, che ci ha ospitati invece a pranzo, poco prima di partire per il Santuario di cui sopra. Locale piccino (la maggior parte dei posti sono concentrati nella cantina con bellissimi muri in mattoni, che creano un ambiente caldo e “casalingo”) e personale gentile, che tuttavia si è un po’ “perso per strada” man mano che le sale si riempivano. Perfette le tempistiche tra antipasto (di nuovo salumi e formaggi, manco a dirlo!) e primo, mentre abbiamo aspettato più di 20 minuti per il dessert, in quel momento quasi completamente ignorati dal personale indaffarato nel servizio agli altri tavoli. A parte questo piccolo intoppo, sia i tortellini in brodo, che non potevano mancare, che i tortelloni con squacquerone e aceto balsamico erano davvero molto buoni.

Il tortino al cioccolato con crema all’arancia e salsa piccante alla zucca ha ricevuto i complimenti dell’Ammiratore Misterioso, mentre meno apprezzato (stranamente da me, mangiatrice incallita di dolci) l’eclair con spuma al cioccolato bianco e prugne, che sembrava tendere al piccante (?) anche se nel menu non era indicato alcun ingrediente che lo potesse giustificare.

Insomma, abbiamo camminato un sacco, mangiato anche di più e ci siamo entrambi innamorati di un’altra città.
Non esagero dicendo che Bologna ti entra nel cuore. Davvero.

Note: siamo stati a Bologna il 27 e 28 dicembre 2018 e questo post ci ho messo tre settimane a scriverlo… Professionale come sempre! 😀



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